Adelphiani, adelphini, adelphici
A Lucas, e un po’ anche a Malvino
Sfuggito fra le pieghe della coda lunga di Google (e mi chiedo quali perle siano ancora celate laggiù, nel profondo visibile-invisibile, nell’ubiqua anonimità della moltitudine indistinta, nella massa informe dell’innumerevole, nella suburbia del basso ranking), ecco a voi un blog sopraffino, da cui vi porgo umilmente, dieci, e dico dieci, post tematici su Adelphi. Senza menzionare i commenti.
Adelphi 1: Cesare Cavalleri, su Avvenire, 12 novembre 2008, recensisce La folie Baudelaire.
Adelphi 2: Ogni cogliere è anche un assassinare. Quechcotona (in nahuatl, la lingua degli aztechi, significa al tempo stesso “tagliare la testa a qualcuno” e “cogliere una spiga con la mano”), i mattatoi di Chicago. Violenza, assassinio, sacrificio.
Adelphi 3: René Girard. Il capro espiatorio. Satana-scimmia, omicida fin dal principio. E, nei commenti, Clausewitz, colpire con la massima potenza nel punto più ristretto e più debole del nemico, lo schwerpunkt.
Adelphi 4: Sintesi del Girard di E vidi Satana cadere come folgore. Desiderio mimetico, Cristo ortogonale.
Adelphi 5: Non occorrono il sole, l’oceano, la montagna più alta per innalzare un olimpo di divinità. Bastano le scintille dei falò, l’odore dell’erba, il rumore di una cascata, un sentiero che scollina, lo spifferare di un canneto, il ribollire del mosto. Basta ciò che dura più di un uomo, che va oltre quei giorni mortali. Basta un destino che ripete sordo il proprio destino.
Adelphi 6: Heidegger, l’ontologia medioevale, l’uomo moderno, l’uomo diurno, l’uomo che ulula alla luna.
Adelphi 7: La modernità calcolante, Guènon, San Tommaso.
Adelphi 8: Perché questa serie di post dedicati a Adelphi? Perché è una casa editrice che ha una forma.
Adelphi 9: Ancora Guènon, e Tiepolo pure, e il rosa. Teatro, tradizione, meraviglia falsa e inabitabile.
Adelphi 10: Nietzsche. Nuovamente teatro e Tiepolo, e rappresentazione e Occidente, eternoritornoinfinitoattualeassoluto. Finzione di tempo intermedio, la letteratura assoluta.
Che cosa si dovrà intendere con questa espressione? Tante cose diverse quanti sono gli autori che, esplicitamente o no, la praticano. Ma un presupposto è per tutti comune: si è dato, a un certo punto della nostra storia, un singolare fenomeno per cui tutto ciò che era rigorosa ricerca e acquisizione di un vero – teologico, metafisico, scientifico – apparve innanzitutto interessante in quanto materiale per nutrire un falso, una finzione perfetta e onniavvolgente quale è, nella sua ultima essenza, la letteratura. A questo dio oscuro e severo andava offerto tutto ciò che sino allora aveva presunto di essere giustificato in se stesso.
PS: non sono necessariamente d’accordo con tesi e antitesi offerte in questi pezzi. Ma la forma, lo stile, la pacatezza, la profondità, e l’oggetto vogliono attenzione, e noi gliela diamo, con piacere.
Pinguida 03 – OpenOffice.org
La nuova PinGuida (numero 3) di Christian.
PS: se non le avete viste, qui le altre due: Firefox e Thunderbird.
Io domanica Marino (con la maiuscola)
Un paio di anni fa leggevo un libro, Credere e curare, su medicina e fede, malattia, sofferenza, bioetica e religione.
Il libro era di un medico e politico, chirurgo dei trapianti, allora, se non sbaglio, residente negli Stati Uniti (lavorava al “Transplant center” di Cambridge).
Da allora ho sempre seguito con interesse gli interventi ed i lavori dell’autore, ogni tanto capitavano sui giornali, sempre legati a questioni di bioetica.
Mi piaceva il tono e il contenuto: pacato ma fermo, mai idee banali; attenzione alla persona; attenzione e tatto su temi come morte, sofferenza, eutanasia; nessun estremismo.
Questo blog non sposta nessun voto (neanche il mio, non mi fido di me, tzè)
ma ci tenevo a scriverlo: io domenica voto Marino.
So che è pieno di difetti (come tutti), so che è un outsider, so che può spararle grosse perchè non ha niente da perdere, so che ha pochissime speranze.
So anche che è una creatura di D’Alema per togliere voti a Franceschini e avvantaggiare il delfino Bersani.
Ma è una sacco di tempo che noi sinistroidi criticoni ci lamentiamo e lanciamo peana sulla sinistra che non c’è più, sulla destra che fa schifo, e siamo riusciti ad avere un PD ancora imberbe ed una sinistra rossa che è ancora lì a discutere palette esadecimale sottomano, sul rosso da utilizzare.
Il range va da #800000 al #FF2400, ma permangono correnti secessioniste che rivendicano la tradizione vetero-marxista del #CC0000.
C’è una sindrome da bastian contrario, altrimenti detta sindrome di Bucknasty,
per cui a forza di criticare non si riesce più, neanche volendo, ad apprezzare qualcosa.
Fare un complimento o esternare un prefernza non è cool, ci mette in gioco, ci sporca le mani.
A mettere dei meno, si è tutti bravi e facciamo tutti la figura dei fighi, è un trucco vecchio ma funziona.
Messi come siamo, Marino è manna dal cielo.
Ce la meniamo con Obama e la sua coolness, con l’attenzione a Internet (personalmente, per me capitale),
alla ricerca, ai giovani, alla laicità.
Abbiamo, finalmente, un chirurgo di fama internazionale, da anni impegnato sul fronte della bioetica, cattolico e (non ma!) laico, che parla di merito, meritocrazia e competenza. Di Internet e di conflitto di interessi. Di valori e di laicità.
Marino è una alieno, d’accordo.
Ma proprio per questo va supportato: per non rassegnarci all’idea che questa situazione sia normale, rassegnata e inesorabile.
Le vere innovazioni sono sempre aliene, per definizione.
Io ci credo, almeno un po’.
E’ un segno, nel bene e nel male, e siamo messi così da panico che averlo è già qualcosa.
Team Digital Preservation, go!
Oggi, in questa mini-conferenza che il DILL ha organizzato a Pisa,
abbiamo visto questi video (secondo me fenomenali, creati da DigitalPreservationEurope):
Digital preservation è un argomento particolare, di cui si parla poco, ma che rimane e rimarrà capitale: archiviare, preservare, conservare informazione in forma digitale per gli anni a venire.
Tipo quello che stanno facendo ad Internet Archive, per capirci. E solo uno dei vari problemi che affrontati quotidianamente dai digital librarians.
(si, io studio questa roba qui
)
Roberto Calasso, Spostare più in alto la soglia del pubblicabile
Non soltanto da Google dovrebbe guardarsi l’ editoria, ma da se stessa, dalla sua sempre più flebile convinzione nella propria necessità. Innanzitutto nei Paesi anglosassoni, che sono la punta di lancia dell’ editoria, dato il predominio della lingua inglese. Se si entra in una libreria di Londra e di New York, è sempre più difficile riconoscere i singoli editori presenti sul tavolo delle novità. Con alta discrezione il nome della casa editrice è spesso ridotto a una o più iniziali sul dorso del libro. Quanto alle copertine stesse, sono tutte diverse — e in un certo senso troppo simili. Ogni volta offrono un tentativo di impacchettamento, più o meno riuscito, di un testo. E ciascuno vale per sé, in obbedienza al principio dello one shot. Quanto agli autori, i loro libri si incontrano sotto il marchio di una certa casa editrice e non di un’altra innanzitutto in conseguenza delle trattative fra l’agente dell’autore e quel certo editore nonché dei rapporti personali fra l’autore e un certo editor. Mentre la casa editrice in quanto tale diventa l’anello tendenzialmente superfluo della catena. Ovviamente sussistono notevoli differenze di qualità fra le case editrici, ma all’interno di un ventaglio che presenta a un estremo il molto commerciale (associato alla volgarità) e all’altro estremo il molto letterario (associato alla sonnolenza). Ciò che sta in mezzo è una serie di gamme dove si situano i vari marchi. Così Farrar, Straus and Giroux sarà più vicino all’ estremo «letterario» e St. Martin’s all’estremo «commerciale», ma senza che questo implichi qualche considerazione ulteriore — e soprattutto senza che siano escluse invasioni di campo: l’editore letterario potrà occasionalmente essere tentato dal titolo commerciale, nella speranza di far fiorire i suoi conti, e l’editore commerciale potrà sempre essere tentato, poiché l’aspirazione al prestigio è una malerba che cresce ovunque, dal titolo letterario. Ciò che è penoso in questa suddivisione — che poi corrisponde a un certo assetto mentale — è innanzitutto il fatto che è falsa. Nel ventaglio che ho appena descritto è chiaro che Simenon o una sua ipotetica reincarnazione attuale, per dare solo un esempio, dovrebbero essere inclusi nella zona altamente commerciale — e perciò non passibile di valutazione letteraria; ed è chiaro che molti appartenenti alla funesta categoria degli «scrittori per scrittori» dovrebbero essere automaticamente assegnati all’estremo letterario. Questo va a danno sia del divertimento sia della letteratura. Il vero editore — poiché tali strani esseri ancora esistono — non ragiona mai in termini di «letterario» o «commerciale». Se mai, nei vecchi termini di «buono» e «cattivo» (e si sa che molto spesso il «buono» può essere trascurato e non riconosciuto). E soprattutto il vero editore è quello che ha l’insolenza di inventare uno slogan come questo: «I libri Diogenes sono meno noiosi» (lo inventò qualche anno fa Daniel Keel, editore di Diogenes, e queste parole si potevano leggere tutt’intorno al suo stand alla Fiera di Francoforte). Circa un secolo fa nascevano o muovevano i primi passi alcune fra le più importanti case editrici del Novecento: Insel, Gallimard, Mercure de France. Avevano due elementi in comune: erano state costituite da un gruppo di amici, più o meno abbienti — e accomunati da certe inclinazioni letterarie; e, prima di diventare case editrici, erano state riviste letterarie: «Die Insel», «La Nouvelle Revue Française», il «Mercure de France». Poi dai vari gruppi si era distaccata la figura di colui che sarebbe stato l’editore: Anton Kippenberg, Gaston Gallimard, Alfred Vallette. Oggi una simile esperienza sarebbe impensabile, perché sono mutati i presupposti. Fra l’altro, è venuta a mancare — o almeno ha perso la sottile e delicata rilevanza che aveva — la categoria stessa della rivista letteraria. L’unica pubblicazione periodica che abbia oggi una autorevolezza e un’influenza indubitabile è la «New York Review of Books», che si presenta come una rivista di recensioni, perciò non corrispondente a quella forma che forse raggiunge il picco della perfezione intorno al 1930 con i ventinove numeri di «Commerce», sotto le ali invisibili e protettive di Marguerite Caetani. Se ci si chiede che cosa tenesse insieme così fortemente quei piccoli gruppi di amici agli inizi del Novecento, la risposta non è data tanto da ciò che volevano (spesso piuttosto confuso e indeterminato), ma da ciò che respingevano. Ed era una forma del gusto nel senso che Nietzsche dava alla parola, quindi un «istinto di autodifesa» («non vedere, non sentire tante cose, non farsene avvicinare — prima accortezza, prima prova che non siamo un caso, ma una necessità»). Doveva trattarsi di una misura davvero accorta, se ha dato prova di essere tanto efficace. Oggi, a distanza di cento anni e di due generazioni dal fondatore, Gallimard è la prima casa editrice di Francia e si distingue tuttora per un certo «gusto Gallimard», che permette di percepire con buona approssimazione se un libro può o non può essere Gallimard. Quanto al Mercure de France e a Insel, l’una è stata acquisita da Gallimard e l’ altra da Suhrkamp, ma entrambe le case editrici continuano a esistere con un loro profilo netto, che si collega alla loro storia. Anche se tutto è cambiato nel circostante, la fisiologia del gusto che teneva insieme quei piccoli gruppi di amici sarebbe anche oggi un ottimo contravveleno, quando in certe case editrici sopravvengono periodiche angosce circa la propria evanescenza o appannata identità. Ma a quel punto si rivelerebbe anche che è venuto in larga parte a mancare quel tessuto di sensibilità che avvolgeva il gusto — o almeno è diventato una superficie dove gli squarci sono più vasti del tessuto stesso. Questo non dovrebbe però deprimere. Certo, sarebbe più duro e poco praticabile oggi avviare una casa editrice sulla base delle inclinazioni di un piccolo club di amici. Ma al tempo stesso l’editoria — se solo volesse, se solo osasse — avrebbe davanti a sé potenzialità che un tempo non sussistevano. Negli ultimi cento anni si è immensamente allargata l’area del pubblicabile, se appena si pensa alla enorme quantità di materiali antropologici, scientifici, storici, letterari che si sono accumulati nel Novecento e aspettano soltanto di trovare una nuova forma editoriale. Non solo la Biblioteca, ma tutti i libri Adelphi, fin dall’inizio, si fondavano su questo sottinteso. Era il tentativo di far confluire i testi e i materiali più disparati e più remoti in quella ampia, turbinosa corrente che trascina con sé tutto ciò che una mente desta e agile può desiderare di leggere. Di fatto, oggi più che mai l’editoria potrebbe porsi come uno dei suoi primi obiettivi quello di spostare la soglia del pubblicabile, includendo fra le cose fattibili molto di ciò che al momento è escluso. Sarebbe una sfida enorme, avvicinabile a quella degli inizi, quando Manuzio operava a Venezia. E forse sarebbe il momento di ricordare quale fu la carta fondatrice dell’editoria. Era un foglio volante stampato dallo stesso Manuzio e sopravvissuto fortunosamente sino a oggi in una copia incollata alla legatura del dizionario greco della Biblioteca Vaticana. Stampato intorno al 1502, quel foglio conteneva il testo di un patto fra studiosi che preparavano edizioni di testi classici greci per la casa editrice di Aldo. Nelle parole di Anthony Grafton, «essi concordavano di parlare soltanto in greco quando si trovavano fra loro, di pagare multe se venivano meno all’impegno e di usare il denaro (in caso ne accumulassero) per offrire un simposio: una generosa cena che doveva essere molto migliore di quel che usualmente avevano da mangiare i lavoranti di Aldo. Altri “filelleni” avrebbero potuto essere accolti nella cerchia, nel corso del tempo». Non è dato a oggi accertare se le regole di quella Nuova Accademia di Aldo Manuzio siano mai state applicate. Ma si può ricordare che anche le novantacinque tesi di Lutero e la dichiarazione dei diritti dell’ uomo e del cittadino del 26 agosto 1789 furono in origine fogli volanti. Detto questo, è ovvio che la tendenza del mondo e dell’editoria finora sta puntando in direzione opposta. Così continua a restringersi il campo di ciò che si ritiene si possa fare. «Sarebbe bello, ma non si può»: è una frase molto frequente nel mondo editoriale, ovunque. Quanto ad affinità e disaffinità, aggiungo soltanto una glossa: Adelphi non nacque «da una costola di Einaudi», come hanno ripetuto a sazietà gli ignari e i falsi benevoli, ma i suoi presupposti e la sua fisiologia erano antitetici a quelli dell’ideologia einaudiana anni Cinquanta. Bazlen fu consulente di Einaudi dal 1951 al 1962, ma i suoi suggerimenti vennero puntualmente disattesi (con l’eccezione non trascurabile dell’Uomo senza qualità di Musil); Colli pubblicò presso Einaudi due magistrali traduzioni commentate (l’Organon di Aristotele e la Critica della ragion pura di Kant), ma si vide rifiutare il grandioso progetto di una edizione critica di Nietzsche, non già per ragioni di fattibilità ma perché Einaudi (giustamente, nella sua prospettiva) si rese conto che il progetto avrebbe mutato il carattere della casa editrice; Foà fu segretario generale di Einaudi dal 1951 al 1961, ma se ne andò anche perché si accorse che la casa editrice avrebbe definitivamente e irrevocabilmente seguito la linea di Giulio Bollati. Inoltre, pur essendo diversissimi fra loro, Bazlen e Colli erano del tutto refrattari alla visione d’insieme einaudiana, con la quale ben poco avevano da spartire, anche se entrambi ammiravano la qualità e il nitore della casa editrice. Quanto a Foà, che pure partecipò appassionatamente alle vicende di Einaudi e ne trasse un insegnamento decisivo, inclinava senza esitazioni dalla parte di Bazlen e di Colli. Anche se nella forma più illuminata e duttile, Einaudi prosperava sotto la cappa di quel sovietismo ottundente che gravava su tutta la sinistra culturale in Europa. L’asse della casa editrice era contrassegnato dal Lukács della Distruzione della ragione, che additava come nemico primario quanto di meglio la cultura europea aveva prodotto da Schopenhauer in poi; e da Gramsci, del quale veniva apprezzata e assimilata soprattutto la perniciosa teoria dell’intellettuale organico. Con Adelphi ovviamente si respirava altra aria. E questo ci dava anche qualche vantaggio pratico perché, per alcuni anni, i libri che cercavamo noi non li cercava nessun altro (poi, ahimè, i tempi cambiarono e certi autori venivano cercati da altri proprio perché sembravano ovviamente adelphiani). Non ci preoccupavamo di avere alcun asse, ma l’opera di Nietzsche sarebbe bastata a far capire in quali direzioni ci muovevamo. Come la Clarisse di Musil, avremmo voluto avviare un «anno Nietzsche», in contrasto con tutte le Azioni Parallele che altrove si tessevano. Quell’anno per noi dura ancora.
Roberto Calasso, Il Corriere della Sera, 20 giugno 2009
(hat tip Dentro il cerchio, non perdetevi un bel commento di Federico Novaro. Io mi limito a trovare continuità con quel che Calasso diceva ne L’editoria come genere letterario)
De Bibliotheca digitale, Google Book Search et Settlement/4
Nelle settimane scorse, durante il processo, Google aveva richiesto ed ottenuto per domani 7 ottobre lo slittamento dell’udienza per stabilire la correttezza dell’Accordo.
Anche se il Settlement originale è ormai morto, domani sarà una giornata importante. Le parti in carica forniranno un aggiornamento sulle loro discussioni.
Vari enti del mondo profit e non, in primis Opent Content Alliance, continuano a spingere per una risoluzione trasparente che corregga le pecche catipali del precedente accordo, che possono essere riassunte in 3 principali critiche:
1. Il settlement originale donava a Google una esclusività de facto nell’accordo con autori ed editori, non permettendo ad altri attori di sfruttare le condizioni imposte da Google. L’ “anyone can do this” di Google non è risulta quindi veritiero.
“[T]he parties have represented to the United States that they believe the Registry would lack the power and ability to license copyrighted books without the consent of the copyright owner – which consent cannot be obtained from the owners of orphan works. If the parties are correct, the Registry will lack the ability to provide competitors with licenses that will allow them to offer to the public anything like the full set of books Google can offer if the Settlement Proposal is approved.” (p. 23)
“This de facto exclusivity (at least as to orphan works) appears to create a dangerous probability that only Google would have the ability to market to libraries and other institutions a comprehensive digital-book subscription.” (p. 24)
“This risk of market foreclosure would be substantially ameliorated if the Proposed Settlement could be amended to provide some mechanism by which Google’s competitors’ could gain comparable access to orphan works (whatever such access turns out to be assuming the parties negotiate modifications to the settlement).” (p.25)
“Nor is it reasonable to think that a competitor could enter the market by copying books en masse without permission in the hope of prompting a class action suit that could then be settled on terms comparable to the Proposed Settlement. Even if there were reason to think history could repeat itself in this unlikely fashion, it would scarcely be sound policy to encourage deliberate copyright violations and additional litigation as a means of obtaining approval for licensing provisions that could not otherwise be negotiated lawfully.” (p. 23-24)
2. Il settlement originale avrebbe potuto permettere un cartello dei prezzi gestito da Google.
“In at least three respects, the collectively negotiated provisions of the Proposed Settlement appear to restrict price competition among authors and publishers: (1) the creation of an industrywide revenue-sharing formula at the wholesale level applicable to all works; (2) the setting of default prices and the effective prohibition on discounting by Google at the retail level; and (3) the control of prices for orphan books by known publishers and authors with whose books the orphan books likely compete. Although they arise in a unique context, these features of the Proposed Settlement bear an uncomfortably close resemblance to the kinds of horizontal agreements found to be quintessential per se violations of the Sherman Act.” (p. 17)
3. Data la la portata dell’accordo, e il fatto che avrebbe riguardato tutti gli autori ed editori, ed il fatto che non si è assolutamente certi che questi abbiano potuto ricevere notifica del settlement, non vi sarebbe stata equità nell’applicare i termini dell’accordo per tutti quanti gli stakeholders. Sarà necessario riproporre in maniera più pervasiva il nuovo accordo, mettendo più persone possibili in grado di accettare o meno.
“Although the United States is not in a position to opine on whether the notice provided by Google has met the strictures of Rule 23, it believes the Court should undertake a searching inquiry to ensure both that a sufficient number of class members will be reached and that the notice provided gives a complete picture of the broad scope of the Proposed Settlement. The Court should not hesitate to require the parties to undertake further efforts to notify the class.” (p.13)
(liberamente tradotto ed adattato dal blog di OCA)
UPDATE: il giudice ha spostato il tutto al 9 Novembre.
Piergiorgio Odifreddi, “Ministro Gelmini, le spiego perché il problema è lei”
Signor ministro,
leggo (o meglio, mi hanno segnalato di leggere) su Il Giornale di famiglia del presidente del Consiglio che sabato scorso, alla sedicente Festa della Libertà organizzata dall’altrettanto sedicente Popolo della Libertà al Palalido di Milano, moderata (si fa per dire) dal condirettore dello stesso giornale, lei ha tuonato contro «l’intolleranza antisemita del superfluo matematico Piergiorgio Odifreddi, ex docente baby pensionato», che ha osato restituire il Premio Peano «quest’anno assegnato a Giorgio Israel, ai suoi occhi colpevole di sionismo, ma soprattutto di essere consulente del ministro».
Lei ha poi continuato, con stile e in punta di fioretto, dicendo che «gli imbecilli non mancano mai», e che «le parole di Odifreddi denotano razzismo, incapacità al confronto e stupidità». E ha terminato allargando il discorso, assimilando il mio gesto alla «modalità tipica della nostra sinistra, quella di combattere il governo e Silvio Berlusconi a qualunque prezzo, a costo di insultare allo stesso tempo la maggioranza dei cittadini che lo votano». Mi permetta di rispondere nel merito alle accuse che mi rivolge, fingendo che esse siano in buona fede e dettate dall’ignoranza dei fatti. Naturalmente non posso dir nulla sulla mia imbecillità e stupidità, e mi fido del suo giudizio: in fondo, lei è un valente avvocato che ha superato una difficile abilitazione a Reggio Calabria, dopo una laurea nella vicina Brescia e un precedente passaggio da un liceo pubblico a uno privato, mentre io sono soltanto un modesto docente universitario che ha vinto facili concorsi da assistente, associato e ordinario nell’Università pre-Gelmini, ed è poi andato in pensione dopo 38 anni e mezzo di servizio (e non dopo una sola legislatura in Parlamento).
Ma non sono questi i motivi per cui io ritengo che la collaborazione con lei si configuri come una colpa, nè penso affatto che il governo di cui lei fa parte sia da combattere a qualunque prezzo: riconosco anzi, benchè dispiaciuto e vergognato, che Silvio Berlusconi abbia ricevuto una forte maggioranza e sia dunque democraticamente in diritto di governare il paese. Addirittura, pensi un po’, vorrei che a farlo cadere fosse un giudizio elettorale sul suo operato politico, e non una campagna giornalistica sulle sue scopate con le escort: soprattutto quando questa campagna è spalleggiata dall’Avvenire, che ha usato ben altri pesi e misure per la pedofilia ecclesiastica e per la sua copertura da parte dell’allora cardinal Ratzinger. Il mio problema è proprio lei, signor ministro. E non tanto, o non solo, perchè ricopre una carica per la quale non ha la minima competenza, ma anzitutto e soprattutto per le innominabili motivazioni che hanno portato lei e la sua collega Mara Carfagna alla carica che ricoprite. Come vede, gli elettori che votano il suo partito o la sua coalizione non c’entrano proprio nulla, perchè non hanno eletto i ministri: c’entra invece la necessità etica di non collaborare con chi costituisce, nella Roma di oggi, l’analogo dei cavalli-senatori di Caligola nella Roma di ieri. Il professor Israel è naturalmente liberissimo di pensarla diversamente, ma lo sono anch’io di dissentire, e di non voler condividere con lui l’albo d’oro di un premio.
Se questa mia dissociazione vi turba, è perchè non conoscete nè la democrazia nè la storia, anche scientifica. Ad esempio, quando negli anni del maccartismo Edward Teller collaborò con la commissione governativa che revocò l’autorizzazione di sicurezza nucleare a Robert Oppenheimer, la quasi totalità dei colleghi si dissociò da lui e gli tolse il saluto, ostracizzandolo della comunità dei fisici: in quell’occasione avreste attaccato pure loro, come ora attaccate me? La domanda è retorica, ma l’esempio non è campato in aria: Teller era infatti uno scienziato guerrafondaio e iperconservatore, della stessa pasta del Von Neumann al quale Israel ha dedicato la compiacente biografia che ha appunto ricevuto il Premio Peano.
Ma ci sono altri motivi per dissociarsi da lui, oltre a quelli già accennati. Perchè, come ho detto espressamente nella mia lettera di rinuncia al premio, «le posizioni espresse da Israel in ambito politico, culturale e accademico sul suo blog, sul sito Informazione Corretta e in ripetuti interventi su Il Foglio e Il Giornale trascendono i limiti della normale dialettica, e si configurano come un pensiero fondamentalista col quale non intendo essere associato intellettualmente».
Capisco ovviamente che quei due giornali, insieme a Libero e all’ala destra del Corriere, si siano sentiti chiamati in causa e abbiano immediatamente fatto quadrato intorno a Israel e contro di me. Ma mi sembra singolare che proprio da loro, e da lei, vengano accuse di razzismo e di intolleranza: non siete forse voi, la vostra coalizione e il vostro governo, a fomentare l’odio nei confronti degli immigrati in generale, e degli islamici in particolare, con parole e azioni ben più violente della democratica e innocua restituzione di un premio al mittente?
Capisco anche, ma non accetto di giocarlo con voi, il subdolo gioco dell’equiparazione della critica a un ebreo come Israel, a un sito sionista come Informazione corretta, o a un governo israeliano come quello di Netanyau, con l’antisemitismo. E non lo accetto proprio perchè non sono razzista, e dunque non giudico a priori in base alla «razza» (ammesso che la parola abbia senso), ma a posteriori in base ai fatti: i razzisti veri sono altri, e cioè coloro per i quali tutti gli ebrei sono democratici, e tutti gli islamici fondamentalisti.
E invece ci sono ebrei fondamentalisti e islamici democratici : negarlo significa fare di ogni erba un fascio, e a me i fasci non piacciono, di qualunque «razza» siano. Mi piacciono invece molti ebrei democratici, da Amos Luzzatto a Moni Ovadia a Noam Chomsky, dei quali sono amico, e sto benissimo anche con ebrei ortodossi come il premio Nobel per l’economia Robert Aumann. Sono i fondamentalisti che non mi piacciono, e se questo significa non essere simpatico a certa gente, compresa lei, sopravviverò bene ugualmente. Anzi, molto meglio che se fossi simpatico a loro e a lei. di
Piergiorgio Odifreddi, da Il Fatto Quotidiano, 1 ottobre 2009.
(io e Odifreddi abbiamo ben poco da spartirci, ma la lettera va letta. Grazie a Mario per la segnalazione)
Minute Madness aka Twitter Madness. #ECDL 2009
This was the “Minute Madness” session, ran on Monday. Everyone had 1 minute to present his poster. I tweeted everything. 1 poster, 1 tweet.
#ecdl2009 Ok, Minute Madness. Everyone has 1 minute to speak. Here we go. I’ll try 1 tweet per each
.
#ecdl2009 Gateway to knowledge in DL. Knowledge building. Taggin tool.
#ecdl2009 Conceptual Discovery of Educational Resources through Learning Objectives. Semantic Web. Knowledge maps. Personal.
#ecdl2009 Data Recovery from Distributed Archives. Recovery after disaster, Provide means to organise files. Utilising context of objects.
#ecdl2009 Swedish school of LIS. Developing a DL master program (?? Like DILL
)
#ecdl2009 Digital preservation and Audio Heritage. Case study. photos of Ghosts + Alignment.
#ecdl2009 Gaining Access to decentralised something. Using Mobile phones. search for docs and get bus schedules. Integration of services.
#ecdl2009 Improving Annotations in Digital Documents. Wherea re annotations positioned?
#ecdl2009 Improving IR algorithm. Dynamic History Algorithm. Ultra-peer.
#ecdl2009 JSTOR. Data for Research. Discover. Visualize. Download. API. Completely free (really?!?)
#ecdl2009 Organizing learning objects for personalizing eLearning services. Problem of “one-size-fits-all”. Visual, kinesthetic, auditory.
#ecdl2009 Library of Congress. Digital preservation. Software platform. Born digital content. Acccess. Connecting. Creating. Community.
#ecdl2009 Searching archival finding aids: retrieval in Original Order? IR in DL. System evaluation.
#ecdl2009 Searching in a book. Book interface, but the content is digital.
#ecdl2009 Security iRODS Metadata Catalog for Digital Preservation. He speaks Portoguese!!
#ecdl2009 SyGAR Synthetic Data Generator for Evaluating Name Disambiguation Methods. Don’t understand.
#ecdl2009 iSCmap. Don’t understand.
#ecdl2009 Planets. Infrastructure for Digital preservation Acts. Interoperability. Formats. Migration. Preservation tools.
#ecdl2009 Thematic DL at University of Porto. Food & Nutrition. Fine Arts DL. Archive. Pics.
#ecdl2009 Workflow of a Digital mathematical Library. (coool!) math OCR. Migration. Coordination of librarians, tekkies, mathematicians.
#ecdl2009 Workspace narrative exploration. Problem of interruptions during digital workflow. Solution. History.
#ecdl2009 Visualization. Cool presentation. Feedback mechanism. To see!
#ecdl2009 Web-based Demo to Interactive something. Interactive Multimodal Transcription. Manuscript. User and system collaborate.
#ecdl2009 Tessella. Archive preservation. Safety Deposity Box: Active preservation.
#ecdl2009 ResCarta Foundation. Creating software for DL. For free. Coool!
#ecdl2009 DL of ancient manuscripts of Federico De Roberto. Data grid. iTunes.
#ecdl2009 InfoLitGlobal DL – New landscapes for Lifelong learning? New Information Literacy resource directory
#ecdl2009 Digital Mechanism and Gear Library. Mutimedia collection of texts, pics, physical models.
#ecdl2009 Geographic Information Retrieval. Google Earth. Map. ISTC database.
#ecdl2009 GROBID. Scholar articles. BibTeX. Term extraction. Controlled Terminology.
#ecdl2009 Hoppla – Digital preservation support for small institutions. Preservation solution. Archiving.
#ecdl2009 Metadata Schema Registry. (IEMSR). Schema (??)
#ecdl2009 User Interfaces for Querying in 3D architectural content. PROBADO3D. User interfaces. Repository.
#ecdl2009 REPOX framework for metadata interchange. XML. Metadata. OAI-PMH-
#ecdl2009 User interface for a geo-temporal search service. (???????!!??!)
#ecdl2009 Minute madness finished. Sorry for flooding
Digital Libraries as Phenotypes for Digital Societies, Gary Marchionini. #ECDL 2009
NOTE: Live-blogging. Getting things wrong. Missing points. Omitting key information. Introducing artificial choppiness. Over-emphasizing small matters. Paraphrasing badly. Not running a spellpchecker. Mangling other people’s ideas and words. Posted without re-reading. You are warned, people. (thanks for this, Dave!)
Gary Marchionini is professor in the School of Information ad Library Science.
His interests are related in Interfaces taht support seeking and IR.
What is most remarkable is his capacity to anticipate what the users need in the information seeking activities and his ability to face in advance most relevant scientific open problems, solving them in a timely and elegant way.
DL reflects who we are and what we value. Physical libraries are cathedral of knowledge,
learning and thus power. DLs give us a lens on what are we becoming in the digital age.
(Everything is recorded for Second Life as well.
)
Digital Societies are determined by topic/interest rather than geography.
Depending on electronic infrastructure.
* Shared information resources
* Mass distribution and propagation of primary objects.
DS are driven by weak ties (ie blogs, fb, twitter VS families and friendship)
Extreme diversity.
Genotype: genetic constitution of an organism.
Phenotype: expression of genetic and environmental factors in observable charateristics.
Libraries are social organisms.
They have foundational missions and policies that reflect their institutional genetics.
Influenced by environmental conditions that affect their collections and services (phonotypes)
DL offer broader kinds of collections and services (different phenotypes)
DL responds to digital environment.
DL are active workspaces in which many stakeholders participate
* Multimedia streams rather than files/objects
* Systems exhibit behaviour (dinamic and interactive; computational, memorial)
* End user interactions: contributions; annotation/tags; crowd sourcing — these become part of the collection and must also be managed
People comment, react, react to commet and comment to reactions… and this too have to be managed.
Sharium workspace. DL are more like laboratories, rather than static libraries/archives.
Contribution: metadata or annotation or tag. DL is a platform to express yourself.
Various examples: http://valley.lib.virginia.edu — contributions solicited physically
http://arxiv.org — registered users, contributor responsability. Huge success.
http://ibiblio.org/index.html – http://europeana.eu/portal/ — member established libraries, end user feedback (only), not active contribution from users.
Wikipedia: evolving policies (:-D) Example of the future, ina a way. Anybody can edit, total openness. Extremely rich resource, enormous amount of quality. Wikipedia has to adjust and evolve its policies.
Key challenges to DLs
Content and Context: Selection and Management
Preservation
Managing participation and Services
Content collection Genetics
- Born digital VS hybrids that evolved from traditional libraries
- Highly specialized colletions
Born digital variants: curated by expertise (Perseus), by expertise+opportunity (ICDL), user contributed with no curation (ibiblio), user contributed with community curation (Wikipedia), computed (CiteSeer).
Context
Not only the DL objets evolve, but also many layers of contexts evolve
Context is manifested through USE that is made harvestable by Cyberinfrastructure
Content, Metadata & Context: Boundaries?
Probably less than before. In real world, we have a content package, and inside the file/video. Not in the digital world.
As time goes on, the “packages” acquire lot of things (annotations, history, comments, usage, links).
Boundaries are more and more fuzzy.
Preservation is hot.
What is worth preserving?
Genes (genotypes) VS expressions (phenotypes)
Expertise VS long tail of inputs coming from the world. Those are really changing the world (Hail to Marchionini!!
)
Example of metos and diet coke video. Why that is important? Worth preserving? Of course, is a media phenomenon, it’s important.
What context to include? This is the challenge. Future scholars will have to understand us.
Who decides?
Who pays?
Storage model (replication, migration, emulation). Interoperability issues, format issues, obsolescence.
Storage policies
Preservation challenges
In physics, there are petabytes per day.
Hollywood film: 2-10 pb, at least one per day created. The archival desiderata are 100 years. It cost 500$ per terabyte per year. Uh.
It’s mind-blowing.
New verification methods and cost (it’s impossible to read and verify exobytes…)
What about ephemera? Second Life, interactions, World of Worcrafts??
What about services?
Reference is the search engine and UI.
Question answering systems (Yahoo answers, Naver)
Patrons are no longer socially grounded in the library. They have multiple identities.
The digital tie is intrensically weak. In real life people hare linked with their physical libraries, in the net that DL is the same as every other DL.
Global reach of DLs also means full diversity of human experience (phenotypes). It’s not just language. the problems is not knowing your patrons (in a DL).
DL expertise
Subject expertise
canon
trends/opportunities
Technology expertise
storage model and trends, network models, costs and trends
upgrade, security
Policy expertise
license negotiation
open publishing standard trends
imprimatur management
DLibrarians are not just psycilogist, bibliophiles, tekkis. They have a broader sight and expertise.
DL Model Clash
Inside out: core is curated by expert stakeholders, content added with deliberation
Managing the Clash
parallel services
Distinct services qith referral
Integrated services with levels of Blessedness (expert and/or community curated, no curated at all)
Human-Machine Relationships
Symbiotic relationships with machines and extant data that no individual can collect alone.
Genomic databases
Gamma ray burst, cyclotron output
dance performance recordings
massivley parallel online games
We ALREADY trust machines with our lives (eg trasportation), why no on cultural heritage?
Personal and cultural Identituy
We are creating our identities also wit our bit streams (sensor streams, click streams, and personal histories), we are someone, maybe more than one,
also on the web. Therefore, a DL could have the problem to own and store our data. It recapitulates our personal networks. DLs can become trusted personal repositories.
- Implications for privacy
- Implications for identity
Projections+Reflections=Proflections. We don’t know about those. So many of them are below the surface.
Pros and cons of digital life on our real life. We feel good or birthday messages on Facebook, feel really bad for a message we sent to a list that was supposed to be intimate and for one person only. Real and virtual are really much blurred now.
Centralization is a traditional way to look at digital libraries. (but actually not…)






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